
Pd diviso e attacchi a Schlein, colpevole di difendere la nostra Costituzione
Il voto sul riarmo europeo ha diviso in due la delegazione del Partito Democratico. I giornali, quasi tutti, parlano dell’ennesima evidente difficoltà di un partito diviso, in particolare sulla politica estera e che, con il voto di ieri, resterebbe isolato dai socialisti e dai popolari europei. Insomma gli occhi sono puntati sulla segretaria Elly Schlein, accusata dalla minoranza interna in vari modi e toni. C’è chi la ritiene inadeguata alla leadership, chi evoca congressi, chi torna dal dimenticatoio per inforcarla.
Tutto più o meno legittimo, come l’invocare discussioni più approfondite negli organismi dirigenti. Se si dovesse mai affrontare una discussione seria, franca e onesta sullo stato di salute del PD e la sua vocazione, dovremmo innanzitutto dire che la segretaria, legittimamente eletta, sta riportando il partito a percentuali davvero competitive rispetto ai periodi nefasti degli scorsi anni. Che sta recuperando molto terreno perso e anche una certa affinità con larghe fasce di elettorato deluso o scoraggiato dalle politiche adesive al dettame liberista dell’epoca precedente.
Schlein sta recuperando anche la tradizione politica della sinistra democratica italiana. Che non è il pacifismo hippies dei fiori nei cannoni ma il ripudio della guerra, proprio come recita la Costituzione. La pratica fino allo sfinimento del dialogo, dell’uso della diplomazia (una pratica del passato in via d’estinzione), della pretesa di pace prima ancora della deterrenza delle armi.
La Costituzione italiana, che andrebbe applicata se si crede nelle Costituzione italiana, è un unicum nel quadro delle carte fondative delle democrazie europee, forse la più radicale. Schlein è coerente con la Carta, intende darle applicazione, tutto qui.
Mentre l’impressione è che i paesi più forti dell’Unione Europa viaggino seguendo altri itinerari. Negli ultimi tre anni di sforzi diplomatici se ne sono visti davvero pochi. E senza diplomazia l’Europa non esiste. Non esiste nemmeno senza un piano di difesa comune, non di riarmo belligerante ma di difesa comunitaria, con una regia, una delega di poteri e tutto il resto. Senza tutto questo il voto di un democratico italiano contro la proposta Von Der Leyen non può stupire.
C’è chi ricorda che la Russia non vuole trattare, che ha mire imperiali e che ha aggredito un paese sovrano. Che la pace degli ultimi 80 anni in Europa è stata garantita dall’ombrello della Nato e dall’equilibrio delle superpotenze, armate fino ai denti. Nessuno dice il contrario, ma queste buone ragioni tendono a nascondere la complessità della situazione.
Negli ultimi 80 anni la pace non è stata garantita solo dalla deterrenza. Ma anche dal peso enorme dei movimenti contro la guerra in tutto l’Occidente, dei movimenti dei lavoratori, delle proteste contro le bombe nel mondo a partire dal Vietnam, del conflitto sociale che ha infiammato la seconda parte del novecento, migliorando le condizioni dei ceti subalterni e mettendo in guardia i poteri di allora, i governi costretti a tener conto del dissenso. Un freno ai disegni eversivi, regressivi e autoritari, alle spinte verso le guerre che pur serpeggiavano in seno alle nostre liberal-democrazie.
Una parte consistente del PD, partito complicato per natura, viene da quella cultura politica, che ritiene ancora attuale. Così come una parte ragguardevole degli italiani.